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Digitalizzazione e PA post PNRR: la vera sfida è la sostenibilità

Didascalia

Negli ultimi anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha rappresentato un’occasione irripetibile per la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione. In pochi anni sono stati avviati interventi che, in condizioni ordinarie, avrebbero richiesto un decennio: migrazione al cloud, diffusione delle piattaforme abilitanti, digitalizzazione dei servizi al cittadino, rafforzamento della cybersecurity e delle infrastrutture.

A pochi mesi dalla fine del PNRR, le risorse straordinarie si avviano alla conclusione e, con esse, la logica emergenziale che ha sostenuto molti progetti. Per tutta la PA, sia centrale che locale, si apre una nuova fase: quella del consolidamento e della sostenibilità.

La questione non è più “cosa digitalizzare”, ma “come mantenere nel tempo ciò che è stato costruito e non disperderlo”. Purtroppo, di cattedrali nel deserto, è piena l'Italia.

Il PNRR che ha funzionato e cosa ci lascia davvero

Per comprendere la fase attuale, è utile partire da ciò che il PNRR ha reso possibile. Il Piano non è stato solo un insieme di risorse, ma anche un modello operativo che ha inciso sul modo di lavorare delle amministrazioni.

I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento. Quasi 7.616 Comuni, pari al 96% del totale, hanno aderito agli avvisi per la migrazione al cloud, e oltre la metà ha già completato il percorso. Per le Province, il 100% hanno aderito all'avviso e sono in fase di chiusura. Sul fronte dell’interoperabilità, 7.102 Comuni (circa il 90%) hanno partecipato agli avvisi e hanno aderito alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati. Anche le piattaforme nazionali hanno raggiunto una diffusione ampia: circa il 78% dei Comuni ha partecipato agli avvisi PagoPA, il 79% ad App IO e circa il 75% ai sistemi di identità digitale. Nel complesso, oltre 2,7 miliardi di euro sono stati allocati e più di 1,8 miliardi già erogati agli enti.

Si tratta di risultati difficilmente immaginabili solo pochi anni fa, soprattutto a livello locale. A renderli possibili non sono stati solo i finanziamenti, ma anche un sistema di governance basato su obiettivi chiari, tempi definiti e monitoraggio continuo, che ha spinto le amministrazioni – anche le più piccole – a rafforzare capacità progettuali e organizzative, anche se a volte è stato il sacrificio di singoli funzionari o dirigenti a consentire di raggiungere gli obiettivi. Ma è importante guardare il bicchiere mezzo pieno.

Il valore del PNRR, quindi, non sta solo nelle soluzioni realizzate, ma anche nel metodo che ha introdotto: una maggiore capacità di pianificare, lavorare per obiettivi e considerare il digitale come leva strategica.

Questa eredità, tuttavia, non è scontata. Senza continuità organizzativa, il rischio è che competenze e buone pratiche si disperdano e i quanto costruito in termini di servizi possa regredire.

È qui che si apre la fase attuale: il PNRR ha funzionato, ma la sua vera riuscita dipenderà dalla capacità di trasformare quella spinta straordinaria in gestione ordinaria.

La sostenibilità si gioca nell’organizzazione

In questa nuova fase, la sostenibilità non può essere letta solo in termini finanziari. Il vero punto critico riguarda l’organizzazione.

Molti enti si trovano oggi a gestire sistemi più complessi rispetto al passato, senza aver ancora sviluppato pienamente le competenze necessarie. Il fabbisogno è ampio: cloud, cybersecurity, gestione dei dati, ma anche capacità di governo dei processi e di coordinamento tra uffici.

A questo si aggiunge una difficoltà strutturale nel trattenere personale qualificato, soprattutto nei contesti territoriali più piccoli. Il rischio è che il digitale resti confinato a una dimensione tecnica, anziché diventare una leva trasversale di cambiamento.

Un elemento spesso sottovalutato riguarda il passaggio dall’attivazione dei servizi alla loro piena integrazione nei processi amministrativi. In molti enti le piattaforme sono operative, ma non ancora completamente incorporate nelle modalità di lavoro quotidiane. Senza formazione, revisione dei flussi e responsabilità chiare, anche le soluzioni più avanzate rischiano di essere utilizzate solo parzialmente.

Le esperienze più avanzate mostrano invece un’altra direzione: amministrazioni che hanno investito in strutture dedicate alla trasformazione digitale, con competenze integrate, riescono a garantire maggiore continuità, integrazione e capacità di evoluzione.

La sostenibilità, quindi, è prima di tutto una questione di modello organizzativo.

Evitare la frammentazione: il nodo dell’integrazione

Un altro rischio della fase post-PNRR è la frammentazione. La molteplicità degli interventi ha prodotto risultati importanti, ma non sempre pienamente integrati.

Se ogni ente sviluppa soluzioni autonome, il sistema nel suo complesso diventa più costoso, meno efficiente e più difficile da gestire. La sostenibilità richiede invece coerenza: utilizzo delle piattaforme nazionali, standard comuni, condivisione dei dati.

In questa prospettiva, l’interoperabilità non è un obiettivo tecnico, ma organizzativo. È ciò che consente di superare la logica delle “isole digitali” e di costruire servizi realmente integrati. E per rafforzare questo concetto che finalmente il principio "once only" è stato elevato ad obbligo di legge, con l'introduzione dell'art. 50-ter al CAD per opera del Decreto-Legge n.19/2026.

Oltre il PNRR: come finanziare la continuità

La sostenibilità passa inevitabilmente anche dalle risorse. Con la conclusione del PNRR, le amministrazioni devono individuare nuove modalità di finanziamento e, soprattutto, nuove logiche di gestione.

La prima leva è rappresentata dalla programmazione europea 2021–2027 e dalla successiva, in corso di predisposizione, che offre opportunità rilevanti ma richiede un cambio di approccio. I Programmi Operativi Regionali finanziati dal FESR includono in modo sempre più esplicito interventi sulla digitalizzazione della PA: infrastrutture cloud, interoperabilità, servizi digitali e gestione dei dati. Parallelamente, il FSE+ sostiene lo sviluppo delle competenze, un ambito cruciale per garantire continuità agli investimenti già realizzati. In molte regioni, ad esempio, sono già attivi bandi per:

  • il rafforzamento delle competenze digitali del personale pubblico
  • la digitalizzazione dei processi amministrativi
  • l’adozione di tecnologie innovative nei servizi locali

Accanto ai fondi strutturali, esistono i programmi europei a gestione diretta, spesso meno utilizzati ma strategici. Il Digital Europe Programme finanzia progetti su intelligenza artificiale, cybersecurity e dati, mentre Horizon Europe sostiene sperimentazioni e innovazione anche nel settore pubblico. Si tratta di strumenti più complessi, che richiedono partenariati e capacità progettuale, ma che possono consentire alle amministrazioni di fare un salto di qualità. Inoltre, la prossima programmazione europea, in corso di stesura, sarà sempre più orientata a:

  • dati e interoperabilità avanzata
  • intelligenza artificiale nella PA
  • cybersicurezza e resilienza digitale
  • servizi pubblici digitali integrati e centrati sul cittadino

Accanto ai finanziamenti esterni, emerge però una seconda dimensione, spesso meno visibile ma altrettanto importante: l’uso più efficiente delle risorse già disponibili.

La migrazione al cloud, ad esempio, non è solo un obiettivo tecnologico, ma anche un’opportunità per ridurre i costi infrastrutturali e superare la frammentazione dei sistemi. Allo stesso modo, la razionalizzazione dei software, la revisione dei contratti ICT e il riuso di soluzioni esistenti possono liberare risorse da reinvestire.

Infine, un ruolo sempre più rilevante può essere giocato dalle forme di aggregazione tra enti. Unioni di comuni, centrali di committenza e soggetti aggregatori possono consentire di condividere piattaforme, competenze e investimenti. In molti casi, soprattutto nei territori più piccoli, la sostenibilità non può essere affrontata a livello del singolo ente, ma richiede una logica di sistema.

In questo contesto, la vera discontinuità non riguarda solo le fonti di finanziamento, ma la capacità di utilizzarle in modo integrato. Il passaggio dal PNRR alla programmazione ordinaria richiede meno interventi straordinari e più capacità di pianificazione, coordinamento e visione strategica.

La sostenibilità come nuova responsabilità

La fase che si apre dopo il PNRR non è una semplice prosecuzione di quanto fatto, ma un cambio di prospettiva. La digitalizzazione non può più essere sostenuta da interventi straordinari, ma deve diventare parte integrante della gestione ordinaria delle amministrazioni.

Questo richiede un salto di qualità: nella capacità di programmare, nella gestione delle risorse, ma soprattutto nel modo in cui il digitale viene interpretato. Non più come un insieme di progetti o adempimenti, ma come una componente strutturale dell’azione amministrativa.

Il patrimonio costruito con il PNRR – infrastrutture, piattaforme, competenze e metodi – rappresenta una base solida. Ma la sua tenuta nel tempo dipenderà dalla capacità delle amministrazioni di consolidarlo, farlo evolvere e integrarlo nei processi quotidiani.

In questo senso, la sostenibilità non è un vincolo, ma una responsabilità. Ed è proprio nella capacità di esercitarla che si misurerà, nei prossimi anni, la maturità della trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione.